Che cosa è successo? Ma dove sei stato?
Se esiste, o è mai esistito, l’unico lettore di questo blog oltre a mia madre ( grazie mamma), sicuramente si starà chiedendo: ma Marco, dove sei stato? Perché non scrivi più da mesi?
Per rispondere a questa domanda tornerò un po’ indietro, a un po’ prima della nascita di questo blog. Quando il mondo girava in modo normale e le persone si ammucchiavano ancora nei locali come bonobo nella stagione degli amori, e negli USA volevano fare ancora The America Great Again… una roba così.
Dicevo, la risposta a tutto questo è abbastanza semplice, e per amor di precisione, ricade nel monumentale scatolone della mia psiche denominato “Scuse”, davanti ai cassetti dei “E se” e gli “Avrei potuto”, ma appena dietro al “Salone del vittimismo”; luogo arredatissimo, sempre profumato, pieno di ospiti e allegre risate.
Ma oddio, quante premesse! E solamente per rivelarvi un fatto quanto mai scontato e banale, e cioè: ho avuto un sacco da fare, principalmente con me stesso; per mettere la testa a posto, rimettermi in carreggiata, trovare la retta via, uscire dal tunnel, riordinare le idee, centrarmi, dare un senso, smussare, ricalibrare, mettere a punto, rifinire…
Nella speranza infatti di ritrovare una rotta in mezzo alla Tempesta Perfetta che era la mia vita, ho dovuto prendere delle decisioni e di conseguenza fare delle rinunce. Una di queste risiede in qualcosa di molto importante, che quasi tutti veneriamo e reclamiamo almeno una volta alla settimana: il weekend, il sacrosanto weekend, e tutto quello che ne consegue; ovvero amicizie superficiali, alcol, una quantità moderata di droghe e dannazione eterna.
Cercando quindi di trovare un nesso tra le sempre più numerose giornate apparentemente prive di senso, tra un hangover e l’altro, sensi di colpa etc, ho deciso che basta, non potevo continuare così.
Uno, perché continuando così probabilmente avrei fatto prendere un colpo a mia madre, e due perché, sul finire di quell’anno (il 2019), finalmente si accese in me una scintilla di amor proprio (un ospite inatteso, fino a quel momento).
Non so cosa successe in me, probabilmente è stato frutto della terapia, di alcune letture illuminanti, della riflessione e della ponderazione, aiuti dispensati da vari ed eventuali figure amiche, l’intervento della provvidenza, riti vodoo, questo non lo so con precisione. Ma va bene così.
Il mio non è stato un risveglio immediato. È stato più come quando una roccia, che viene colpita dall’acqua, ogni giorno, una goccia alla volta, viene erosa, instancabilmente e inesorabilmente.
Quando ormai avevo toccato il fondo, moralmente più che emotivamente, decisi che avrei fatto tutto il possibile per cambiare la mia situazione.
Non racconterò quello che ho fatto per tornare a condurre una vita che si possa chiamare dignitosa. Però mi prenderò il lusso di fare un piccolo giro, e alla fine prometto che avrete un indizio.
Mostrerò quindi tre carte collezionabili, parte di un gioco fantasy che si chiama Magic: the Gathering. Si, avete sentito bene. Abbiate pazienza, perché ripeto, alla fine si capisce tutto (se sarete attenti osservatori).
Per chi non lo sapesse, Magic è un gioco di carte che coinvolge uno o più giocatori. Tutti i giocatori hanno un loro mazzo personale, che può avere un minimo di 60 carte, e 20 punti vita. All’inizio del gioco tutti i giocatori pescano 7 carte, che hanno un costo in punti per essere evocate. I giocatori possono mettere in campo vari tipi di carte: creature, incantesimi, ma anche stregonerie e oggetti. Quando una carta viene usata, viene riposta nel cimitero, che altro non è una pila di carte scartate e non più utilizzabili.
La partita termina, in generale, quando i punti vita di un giocatore arrivano a zero, o quest’ultimo non ha più carte da giocare.
Questo è a grandissime linee il funzionamento del gioco. In Magic, è veramente –molto– raro che si devi da queste regole. Esse rappresentano il caposaldo della struttura su cui Magic si basa. Per cui, le tre carte che andrò a mostrarvi, oltre a possedere un grande significato simbolico, rappresentano un unicum: di ognuna, infatti, esiste una sola versione (e alla fine vi spiegherò il perché).
Ma basta con i preamboli, ora ve le mostro, così potrete giudicare voi. Metterò anche la traduzione in italiano del testo, tanto per essere più chiari possibile.
La prima è questa.

Proposta
Permette a Richard di fare la proposta a Lily. Se la proposta è accettata entrambi i giocatori vincono; mescola le carte in gioco, entrambi i mazzi, ed entrambi i cimiteri in un mazzo condiviso.
La seconda:

Splendida genesi
Mescola tutte le carte insieme e distribuiscile in tre mazzi. Il gioco continua con un nuovo giocatore.
Lei scoprì con grande gioia che non si amano i propri figli per il fatto che sono i propri figli ma per l’amicizia formata con loro mentre li si cresce.
Gabriel Garcia Màrquez
Infine la terza:

Esaltazione Fraterna
Intrufolati nell’armadio dei tuoi genitori per ottenere un mazzo. Il tuo nuovo fratello si sta unendo al gioco.
…e quando vuoi andare in esplorazione, il numero che dovresti avere è il quattro.
–Sandra Boynton
Forse qualcuno di voi l’avrà ormai già capito. Per chi non ci è ancora arrivato, ecco qua lo spiegone: queste tre carte, che come ho detto, sono state stampate una volta sola, sono un’invenzione “anomala” del creatore di Magic, Richard Garfield. La prima venne usata in una partita tra Richard e Lily, la ragazza con cui al tempo il game designer aveva una relazione. Richard giocò “veramente” la sua carta, e chiese alla ragazza di sposarlo. Lei, molto colpita, accettò, e pochi mesi dopo, si sposarono!
Le altre due carte vennero invece create come carte celebrative della nascita del loro due figli.
Allora? Vi torna? Cos’ho voluto dire con tutto questo pippone?
Se non lo avete ancora capito, non è compito mio illuminarvi: dopotutto, bisogna anche usare la fantasia.
Posso solo dirvi che alla fine, ho stampato queste carte, e le ho affisse sopra la scrivania, a mo’ di poster motivazionali. Per questo motivo, quando mi sento giù, alzo lo sguardo. E mi ricordo di quanto possa essere bello emozionarsi guardando tre semplici pezzi di carta. In quel momento, torno a fare quello che stavo facendo, abbozzando un mezzo sorriso, e con il cuore un po’ più leggero.